Banche e fintech, serve il cambio di paradigma

Reinventare le banche e la finanza è il titolo di un libro pubblicato da FrancoAngeli e scritto da Alessandro Hatami e Helene Panzarino, il primo è fondatore e managing partner di Pacemakers.io che si occupa di digitalizzare la finanza, la seconda è managing director di Global Rainmaking Colab Fintech Programme, un programma di post-accelerazione per le fintech e le istituzioni finanziarie. Startupbusiness ha parlato con Hatami sia per conoscere più da vicino il contenuto del libro che disegna il possibile futuro per le banche e le istituzioni finanziarie, sia per comprendere come l’urgenza di questo cambiamento si sia fatta ancora più pressante in queste settimane a seguito degli avvenimenti che hanno coinvolto banche in USA e in Europa a partire dal crac della Silicon Valley Bank per arrivare all’operazione che in queste ore vede la fusione tra le banche svizzere UBS e Credit Suisse con il supporto del governo elvetico al fine di scongiurare il panico sui mercati e sul sistema bancario globale. “Si tratta di una trasformazione profonda, esistenziale e guidata dai clienti, le banche passano da tre fasi nel loro processo di adozione degli strumenti digitali: adattamento, evoluzione e trasformazione vera e propria che è la fase dove va ripensato del tutto il prodotto finanziario. Oggi tutto questo processo è anche accelerato dalla competizione delle fintech grandi e piccole che offrono servizi di alto livello”. In sostanza vi è un cambio di paradigma e di consapevolezza, la banca del futuro dovrà creare ciò che veramente il cliente vuole e non ciò che più gli conviene per ragioni di business, serve costruire un solido rapporto di relazione e di fiducia con i clienti per mostrare che la banca è qualcosa di affidabile e capace di costruire prodotti su misura per il cliente, è capace di rispondere alle effettive esigenze del cliente. “Guardando alla storia si deve riprendere il modello della banca del medioevo, l’esempio è quello del banco San Giorgio di Genova, la prima banca globalmente riconosciuta come tale (fondata all’inizio del 1400, ndr), all’epoca c’era il cliente e c’era il banchiere, il cliente diceva al banchiere ciò di cui aveva bisogno e il banchiere si adoperava per cercare la soluzione, si conoscevano bene i due soggetti e il banchiere non poteva correre il rischio di scontentare il cliente, pena il danneggiamento della reputazione della banca, ecco è su questi principi che va costruita la banca del futuro, sulla trasparenza e sulla fiducia”.

Serve fiducia, relazione e uso intelligente del digitale

Ciò che è avvenuto nell’evoluzione delle banche fino a oggi si è caratterizzata da un approccio orientato più alla vendita di prodotti finanziari rispetto alla ricerca di soluzioni sulla base delle richieste del cliente, il quale non bada al prodotto finanziario in sé ma alle sue esigenze di vita: trasloco, vacanza, pensione, pagamenti. Le banche invece per molto tempo si sono concentrate sui prodotti finanziari e hanno poi cercato di venderli ai clienti partendo però dalla propria esigenza di fare business e non da quelle effettive dei clienti stessi. “Oggi ciò che accade è che l’approccio non è cambiato, si continuano a vendere i soliti prodotti finanziari, solo che lo si fa tramite canali digitali ma non è quella l’innovazione che serve, ciò che serve è un sapiente uso degli strumenti digitali per definire nuovi prodotti e per rispondere in modo efficace alle esigenze dei clienti i quali vanno in banca per proteggere i loro denari, per gestire i loro denari, per ottenere linee di credito: il cliente non è interessato a comprare la carta di credito, non è quello il prodotto che cerca, ciò che cerca è una carta di credito che gli consenta di fare pagamenti in tutto il mondo quando è in vacanza o in viaggio, la sua esigenza è il pagamento in tutto li globo, non la carta di credito in sé. Le banche devono diventare il punto di accesso a tutta l’offerta, anche se di altri fornitori, devono potere dare al cliente il massimo della scelta quando si tratta di fare investimenti, programmare la pensione, fare un’assicurazione, serve che vi sia un consulente che stabilisca un rapporto di fiducia con il cliente e faccia sempre i suoi interessi”. “Dobbiamo poi evitare che si creino falsi problemi, per esempio le questioni di Silicon Valley Bank, di FTX, ma anche Wirecard, non sono fallimenti del fintech ma sono fallimenti dovuti a incompetenza e alla mancanza di supervisione, la Silicon Valley Bank per esempio non ha attuato una strategia di rischio, aveva vacante il posto di risk manager da molti mesi e in una situazione di disequilibrio che si è venuta a creare con l’innalzamento dei tassi di interesse da parte della banca centrale USA, la cosa è diventata una crisi. Ma gli asset di SVB sono di grande valore in termini di mercato e il fatto che HSBC abbia acquisito le operazioni di SVB in Gran Bretagna al costo di una sterlina è davvero un affare. Nel caso di FTX ciò che è stato dimostrato non è che le crypto non funzionano ma che esistono furfanti e truffatori in tutte le industry, in quel caso i soldi degli investitori invece di essere usati per investimenti sono stati spesi per bonus e regali, anche nel caso del guaio di Wirecard il tema non fu il fatto che era una fintech ma che i manager hanno detto bugie e ciò che accomuna questi tre casi è il ruolo del regolatore che si è distratto, quello USA nel caso di SVB, quello delle Bahamas nel caso di FTX e quello tedesco nel caso di Wirecard”. La questione del rischio che vi siano persone disoneste o incapaci è sempre presente, lo è nella finanza tradizionale, lo è nel fintech perciò il regolatore deve essere sempre attento: “Quando sono arrivate le prime automobili ci siamo trovati con un oggetto estremamente pericoloso: andava più veloce di qualsiasi altro mezzo di trasporto personale, bisognava imparare a guidarlo, era meccanico e complesso, era potenzialmente infiammabile ma non ci siamo fermati, abbiamo costruito l’impianto regolatorio: le strade, i segnali, i semafori, i sensi unici, le patenti di guida, le multe, le assicurazioni obbligatorie, lo stesso deve avvenire con la finanza e il fintech e in Europa siamo nella situazione migliore, i servizi finanziari europei sono migliori di quelli USA perché c’è più regulation e ci sono impianti come per esempio PSD2 per l’open banking e la trasparenza delle banche, cosa che in USA non c’è e poi c’è il GDPR che cambia le cose anche in questo ambito soprattutto in termini di consapevolezza da parte degli utenti e poi c’è il regolamento DORA, (entrato in vigore all’inizio del 2023, ndr) che pone enfasi sui rischi della cybersecurity in ambito finanziario, riporta la responsabilità direttamente ai CEO e spingerà molte banche a rivedere i loro CDA al fine di inserire persone con le competenze necessarie a gestire il cambiamento. Considerando i tre grandi poli globali: USA, Europa e Cina, vediamo che da un lato gli USA non hanno un impianto normativo sufficientemente efficace e la Cina sta invece lavorando allo sviluppo di prodotti finanziari che hanno lo scopo di esercitare un sempre maggiore controllo sulla società, in questo scenario l’Europa sarà sempre più guida in termini sia di innovazione sia di mercato dei servizi finanziari e in questo ambito l’Italia gioca un ruolo di primo piano sia come mercato sia come polo di innovazione”. (Foto By Klara Stoeckler – Published with author’s permission, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=103970748)

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